Nella leggenda c’è tutta la «maestà del mondo»: uomini, animali, piante, natura inanimata, legame creaturale ma in urto continuo, tanto da essere costretti, ogni volta che la si approccia, a ricominciare sempre daccapo, a cercare i termini più adatti a ricomporla nelle sue modulazioni di echi e di silenzi, di sorprese, di smarrimenti, di colpi di scena, di consonanze e dissonanze. Può venire dalla pianura, dalla collina, dalle Alpi o dagli Appennini, dagli Abruzzi o dall’Alto Adige, può essere «questo» o può essere «quello» senza esauriente compiutezza, ma unico è il fittone creante: tentare di vedere oltre il fluire eracliteo dell’avventura umana. Allora anche i draghi, i mostri, le streghe, gli elfi, i nani, se da un lato inaspriscono il rapporto dell’uomo con l’innocenza primaria del mondo, dall’altro, nelle secche clausole che chiudono il racconto diventano le diffrazioni propaganti definizioni aggettivali come puntualizzazioni di credenze: il drago ab origine volante, il mostro comunque raccapricciante, la strega vecchia insidiosa, l’elfo armoniosamente etereo, il nano creatura ripudiata. La prima parte del volume spazia sul miscuglio dei temi prevalenti, dall’improbabile al reale, dal sacro al demoniaco, dal miracolo consolante all’enigma che brucia; la seconda, invece, suddivisa in sei capitoli o «lezioni», dà voce agli opposti coesistenti in ogni racconto: bene/male, luce/buio, santo/diavolo.
Nel 1993, Nanni Settembrini, guida alpina, si impegna a trovare Sara Piras, ricercata in fuga tra le cime del Monte Bianco. La sua ossessione per l'anima umana si intreccia con misteri personali e sociali, in un’avventura che mette in discussione verità e giudizi.
In primavera, padre e figlio camminano nei boschi all’alba, pronti l'uno a trasmettere e l'altro a ricevere l’eredità brutale della vita nella natura, mentre il gallo forcello si svela e si avvicina alla morte.